20. nov, 2021

Il mito del Jazz Chet Baker torna a Forlì con il film "Jazz Noir" alla Multisala Astoria

E' la terza volta che Chet Baker, un mito della musica Jazz, torna a Forlì.
La prima volta è successo l'1 marzo del 1984, nel suggestivo ed indimenticabile concerto presso il Naima club; la seconda volta il 6 e 7 settembre scorso presso l'Arena Eliseo in veste di attore nel commovente film di Bruce Weber " Let 's Get Lost", e poi all'Arena San Domenico con l'omaggio fattogli da Fabrizio Bosso, uno dei nostri trombettisti jazz più famosi; e ora lo farà il 22 novembre alla multisala Astoria di Viale dell'Appennino, dalle ore 20.45 (0543.60064) come protagonista del film " Jazz Noir", del regista Rolf Van Eijk.
Un film molto bello che gli appassionati di jazz non devono perdere in quanto il protagonista Steve Wall si immedesima a perfezione e a fondo nel difficilissimo compito di interpretare gli ultimi disperati e desolanti giorni della vita di Chet, è credibile e finge benissimo di saper suonare le note che si ascolteranno e che sono, grazie al cielo, quelle autentiche del trombettista scomparso, note magnifiche, essenziali, senza la minima sbavatura.
Ma il film cade nell'errore, come altre pellicole sul genere, di concentrarsi eccessivamente sull'aspetto droga, drammaturgicamente molto più promettente, è ovvio, a discapito di quello creativo.
Michele Minisci, già direttore artistico del Naima jazz club, vuole ricordare invece così il suo incontro col mito e il suggestivo concerto del 1984 a Forlì.
"Nonostante le brutte vicissitudini in cui incappò, anche nel periodo italiano, la fama di Chet (musicista «maledetto», bello e dannato, il James Dean della musica jazz) perdurava ancora con forza e le sue performances alternavano momenti di grande intensità e lirismo ad altri di mediocre rendimento. Ma in ogni modo sempre da vedere, da sentire.
Per noi era la prova del fuoco: un mito della musica jazz, Chet Baker, stava per venire a suonare nel nostro club, il Naima club di Forlì. L’attesa fu veramente spasmodica e l’emozione mi attanagliava le viscere.
La sera del concerto ( era il primo marzo del 1984, la band di Chet era già al Ciaika di San Martino in Strada, frazione di Forlì, la prima sede del nostro club), il flautista Nicola Stilo, il contrabbassista Enzo Pietropaoli, il pianista Michel Grailler, avevano fatto già il sound check con Romano Lombardi al service, aiutato dal figlio Renato, allora appena diciottenne, ai suoi primi smanettamenti sulle manopole rosse e nere del mixer luci, sotto l’occhio sempre attento e burbero del padre.
Avevamo accompagnato i musicisti al ristorante vicino, il Baiocco, per la cena. Chet non aveva bisogno di provare. Nemmeno di cenare!
Alle 21,30, con il sudore che mi scendeva per tutta la schiena, lo stomaco rattrappito e le budella sottosopra, l’ansia che mi impediva di respirare regolarmente, perché non sapevo se la gente sarebbe venuta in massa, almeno per coprire le spese (era il nostro primo grande concerto, eravamo nati da poco più di un anno!), mi misi in macchina per andare a prendere Chet in albergo, l’Hotel Masini, nel centro di Forlì.
Stati d’animo, sensazioni ed emozioni che mi avrebbero poi accompagnato per tutti i concerti che ho organizzato, da allora a oggi.
Arrivato in albergo, colpo apoplettico: il portiere mi dice che «il signor Baker è appena uscito».
Sull’ansia si accumula altra ansia, momento drammatico, spasmodico. Dove cavolo sarà andato?
Mi precipito fuori, guardo a destra e a sinistra, con l’angoscia che mi si spande sempre più nel petto e mi prende la gola, ma non vedo nessuno con una custodia nera per tromba sotto l’ascella, un giubbottino grigio sulle spalle ricurve, jeans di velluto a coste un po’ scoloriti, il passo incerto e ciondolante, dentro i sui stivaloni da cow boy.
La paura mi attanaglia le gambe: paura di averlo perso, infilato in chissà quale bar a bere un altro cicchetto, e di non ritrovarlo in tempo per il concerto, con tutte le conseguenze del caso.
Il mio angelo custode, però, forse l’angelo di tutti i jazzisti, mi dice che devo andare a destra, verso il fondo di Corso Garibaldi.
Mi incammino frettolosamente facendo capolino dentro tutti i bar del corso e… finalmente lo vedo: è dentro un baretto di corso Garibaldi,oggi Petit Arquebuse, che sorseggia un bicchiere di Trebbiano, seduto con l’astuccio della tromba tra le gambe, lo sguardo fisso sul bicchiere, come se aspettasse qualcuno o dovesse solo far passare il tempo!
Mi viene voglia di piangere, per un po’ mi si annebbia la vista e poi, dopo due o tre profondi sospiri, mi avvicino con fare goffo e impacciato e dico a Chet, col mio inglese approssimativo, che sono il promoter del Naima club e che ci aspettano per il concerto.
Lui fa solo un lieve cenno con la testa, sussurra qualcosa che non capisco e si alza per seguirmi.
Il resto è storia. Storia della musica in questa città, anche se non è stato un concerto «storico». Chet stava certamente bene, stava attraversando un buon momento, ma quello magico era già passato.
Aveva lasciato al piano di Michel Grailler le prime battute del pezzo di inizio e poi era subito entrato lui, in maniera soffusa, quasi con noncuranza, come se stesse continuando un discorso musicale interrotto qualche tempo prima, per riannodare qualche filo rimasto sospeso, aggrovigliato.
Era come se niente fosse accaduto in quei suoi ultimi, travagliati anni, tra successi travolgenti, amori disperati, l’eroina, i problemi con gli spacciatori, i denti spaccati, il carcere a Lucca. Niente. Tutto dietro le spalle. In quel momento soffiava dentro la tromba solo il respiro della sua anima, non gliene fregava niente di sapere che, nonostante tutto, esercitava ancora sul pubblico un fascino quasi morboso non solo per la sua storia musicale ma anche per la sua «vita spericolata».
Esistevano solo lui e la sua tromba.
E mentre le note di un’eccellente Petite Fleur, di Sidney Bechet, sfumavano dolcemente tra gli applausi scroscianti del pubblico del Ciaika, ecco che Chettie, (così lo chiamava spesso sua madre Vera), inizia a cantare, senza alcun accompagnamento, la mitica Blue Room, pezzo per sola voce, che raramente proponeva nei suoi ultimi concerti.
Un momento veramente magico.
Poi concesse molto spazio ai suoi compagni, anche troppo, forse per riposare, riprendere fiato, perché si vedeva che si stancava presto. Ma non appena rientrava nel pezzo, ti sembrava di sentirlo suonare come se avesse ancora accanto Gerry Mulligan o Stan Getz, e di rivederlo sui palchi di tutto il mondo, osannato come il miglior rappresentante di quella lost generation che aveva tracciato negli anni Cinquanta un nuovo corso musicale nella storia della musica jazz: il cool jazz.
Chet suonò per tutto il tempo seduto su una sedia, con le gambe a cavalcioni, con quegli stivaloni da cow boy tipici dell’Oklaoma, lo Stato da dove proveniva, che ogni tanto riflettevano un luccichio strano dalle borchie argentate incollate sui lati, e quella sera cantò più del solito, cinque brani invece delle solite tre canzoni di ogni suo concerto, con una memorabile My funny Valentine e una indimenticabile Forgetful, con qualche breve incursione della sua tromba, il tenue sottofondo del pianoforte e del contrabbasso, verso la fine, forse per farsi perdonare la paura e la sofferenza che mi aveva inflitto.
La sua voce sottile, delicata, sofferta, a volte infantile, mi è rimasta dentro il cuore per molto tempo, così come mi sono rimaste impresse nella memoria le rughe del suo viso, profonde e antiche, che parevano solcate da fiumi impetuosi di dolore ma che allo stesso tempo sembravano rifugi, anse, porti in cui la sua anima poteva trovare pace e tranquillità.
La pace del genio, la pace del mito, al riparo dalle tragedie che incombevano sulla sua vita.
Dopo qualche anno Chet sarebbe “volato” dal quarto piano del Prins Hendrick Hotel di Amsterdam, alle 3 del mattino, probabilmente “spinto” da un corriere della droga mai pagato, mettendo fine alla sua vita e spezzando un pezzetto della nostra.
Era il 13 maggio del 1988. Quella sera in tutti i jazz club di Parigi non si suonò.
Il 13 maggio del 2018, alle 3 del mattino, abbiamo ricordato il 30° anniversario della scomparsa di Chet affiggendo una targa ricordo, mentre alcuni trombettisti intonavano brani del suo repertorio, davanti al Petit Arquebuse di Corso Garibali, dove trent’anni prima si era fermato a bere un bicchiere di trebbiano.
(Dal libro “La notte che si bruciò il Jazz”, di Michele Minisci- Edizioni Il Ponte Vecchio)